Le quattro capitali del Marocco
Per secoli i sultani del Marocco hanno cambiato capitale come altri cambiano residenza. Ne sono rimaste quattro, e ciascuna racconta una storia diversa.
All’alba, a Rabat, le cicogne sono già sveglie. Sbattono le ali sul minareto di Chellah, dove i Romani fondarono Sala Colonia e dove oggi gatti e rovine si dividono il silenzio. Poche ore di strada più a est, nella medina di Fès, i muli sono già al lavoro tra vicoli larghi come una spalla. Due città con poco in comune, eppure della stessa famiglia: le città imperiali, le capitali scelte, abbandonate e riscelte dalle dinastie che hanno governato il Marocco.
La logica era semplice. Ogni nuovo sovrano portava con sé la propria corte e la propria idea di potere, e spesso fondava una città nuova per renderla visibile. Il risultato è un paese che non ha un centro, ma quattro.
Fès, la memoria
Fès nasce nel 789, quando Idris I fonda la città sulle rive di un fiume; nel 808 il figlio Idris II costruisce sull’altra sponda un nuovo quartiere, e le due metà finiranno per fondersi. La medina, Fès el-Bali, è Patrimonio UNESCO dal 1981 ed è considerata una delle più grandi aree urbane senza automobili al mondo: migliaia di vicoli in cui orientarsi è un’impresa anche per chi ci è nato.
Nell’859 una donna, Fatima al-Fihri, usò l’eredità di famiglia per far costruire una moschea con una scuola annessa: al-Qarawiyyin. UNESCO e Guinness dei primati la riconoscono come la più antica università ancora in funzione, anche se gli storici discutono sul primato. Fès fu anche la città in cui si formò Leone l’Africano, nato a Granada intorno al 1485: nel 1518, di ritorno dall’Egitto, fu catturato da corsari cristiani e donato a papa Leone X. Battezzato a Roma, scrisse in Italia la Descrittione dell’Africa, pubblicata a Venezia nel 1550 e per secoli una delle fonti europee più importanti sul continente.
Nel quartiere di Chouara le concerie lavorano le pelli come nel Medioevo: grandi vasche di pietra piene di pigmenti naturali, che dall’alto sembrano una tavolozza rovesciata.
Meknès, il sogno di un re
Meknès appartiene a un uomo solo. Moulay Ismail, sultano dal 1672 al 1727, regnò più di cinquant’anni e li passò a costruire. Ne uscirono bastioni, palazzi, granai e scuderie che, secondo le cronache, ospitavano migliaia di cavalli. Il suo contemporaneo era Luigi XIV, e Moulay Ismail lo studiava con attenzione: si racconta che nel 1698-99 abbia fatto chiedere in sposa la principessa di Conti, figlia legittimata del Re Sole. Gli storici discutono su come andarono davvero le cose; la richiesta fu comunque respinta, e una tradizione vuole che Luigi XIV inviasse in dono degli orologi, ancora oggi visibili nel mausoleo del sultano.
Bab Mansour, la porta monumentale più celebre del Marocco, resta il suo capolavoro. A poca distanza, tra i campi di ulivi, si alzano le colonne di Volubilis, uno degli avamposti più lontani dell’impero romano: nelle case dei notabili sopravvivono mosaici con scene mitologiche, come quello delle fatiche di Ercole.
Rabat, la città del fiume e dei corsari
Rabat sorge dove il Bou Regreg incontra l’Atlantico. Nel 1195 il sultano almohade Yaqub al-Mansur avviò la costruzione di quello che doveva essere il minareto più alto del mondo islamico: la Torre Hassan avrebbe dovuto raggiungere gli 86 metri. Alla morte del sultano, nel 1199, i lavori si fermarono a 44 metri. Così è rimasta, tozza e maestosa, circondata da una foresta di colonne che non hanno mai sostenuto un tetto.
Poco più in là la Kasbah degli Oudayas, con le case bianche e azzurre, ricorda un’altra stagione. Dopo l’espulsione dalla Spagna dei moriscos, nel 1609-10, molti trovarono rifugio alla foce del fiume. Nel 1627, i Hornacheros, esuli da un paese dell’Estremadura, si proclamarono indipendenti e diedero vita alla Repubblica del Bou Regreg: una repubblica di corsari che per circa quarant’anni attaccò le navi dell’Atlantico, fino a spingersi in Islanda.
A Chellah, intanto, si racconta ancora che le donne che desiderano un figlio offrano uova sode alle anguille di una vasca sacra.
Marrakech, la rossa
Marrakech nasce intorno al 1070 (alcune fonti indicano il 1062) per volontà degli Almoravidi, guerrieri berberi usciti dal Sahara. È fatta di terra: le mura, costruite a partire dal 1126-27, sono di argilla color ruggine e cambiano tonalità con la luce, dal rosa dell’alba al rosso cupo del tramonto. Il suo nome ha fatto il giro del mondo: attraverso lo spagnolo Marruecos e le altre lingue europee, è diventato quello dell’intero paese.
Il minareto della Koutoubia, del XII secolo, deve il nome ai librai che un tempo affollavano il suo mercato. Una leggenda racconta che le sfere dorate sulla cima nascano dai gioielli fusi della moglie di al-Mansur, punita per aver rotto il digiuno del Ramadan. Ai suoi piedi si apre la piazza Jemaa el-Fna, dove da generazioni narratori, musicisti e acrobati aspettano il tramonto per cominciare. L’UNESCO l’ha proclamata nel 2001 capolavoro del patrimonio orale e immateriale, e l’ha iscritta nel 2008 nella Lista rappresentativa: ciò che si protegge, qui, sono le voci.
Le Tombe Saadiane, infine, hanno una storia da romanzo d’avventura. Moulay Ismail, che voleva cancellare il ricordo della dinastia precedente, le fece murare invece di distruggerle. Rimasero dimenticate per più di due secoli, fino a quando, nel 1917, una ricognizione aerea francese le riportò alla luce: dentro c’erano colonne e tombe di marmo di Carrara che nessuno vedeva da generazioni.
Un paese a strati
Chi legge la storia del Marocco attraverso queste quattro città incontra gli Idrisidi, gli Almoravidi, gli Almohadi, i Merinidi, i Saadiani e gli Alawiti, la dinastia che regna ancora oggi. Incontra berberi, arabi, ebrei, andalusi, portoghesi e francesi. Nessuno ha cancellato del tutto chi c’era prima, e per questo il paese somiglia a un palinsesto: una pergamena raschiata e riscritta tante volte da lasciare in trasparenza le frasi più antiche.

