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Americhe Notizie da: Reportage 

“Sulle tracce della Titanca”

Ehi, amico, tu sai dove posso trovare la Titanca, il fiore del secolo, la regina delle Ande? Qua fuori mi hanno detto di parlare con te“.

Il tipo grasso seduto con non poca fatica al bancone guarda storto fuori dalla finestra e con un sussulto da Gringo alza il gomito e si accende del fuoco. In una nuvola di fumo grigio il suo volto oscuro scompare, lasciandomi solo la vista dei suoi capelli nerissimi e della sua camicia sporca di olio da motore o chissà di cosa. Sbuffa per due volte, poi alza il mento verso il banconiere, uno smilzo con un dente solo ed un’improbabile camicia gialla a righe verdi, e ordina ancora whisky.
Silenzio.
Nel locale fasciato di eucalipto scuro e vecchi quadri di epici eroi di queste terre non c’é più nessuno. C’é solo lui, con il barista di fronte, il suo faccione largo, il suo ghigno da duro, il suo sigaro a metà ed il mio zaino per terra, coperto dal mio cappello.
Beh, del resto, penso, chi altro potrebbe entrare in questa bettola alle 9 di mattina a bere alcool e fumare sigari guardando fuori dalla finestra il vulcano El Misti, la cui ultima eruzione che distrusse gran parte di questa meravigliosa città andina risale alla fine del ‘700?. Nessuno. Solo io, il mio zaino e le mie scarpe polverose. Io che guardo questo tipo, lui che guarda fuori e il barista che con un cencio lercio che in un’altra vita fu certamente bianco lustra un bancone che ne deve aver viste di ogni“.
Il gringo non risponde.
Ehi, amico, tu conosci la strada per trovare la Titanca?“. Lo ripeto parlando più lentamente perché forse non capisce la mia lingua.
Ancora silenzio. Una folata di polvere entra dalla porta semiaperta. L’aria frizzante del mattino ci bagna le gambe, la sento salire dai piedi fino alle braccia e mi domando se anche lui, questa notte, ha sentito il terremoto che ha scosso queste case, queste chiese e i sogni di questa gente.
Silenzio. A noi il terremoto, al quinto piano della piazza centrale, ha fatto tremare il letto e i quadri alle pareti. Non avevo mai sentito una scossa così forte in vita mia. A noi il terremoto ha fatto tremare l’anima.

Ma per loro, che ne avvertono oltre duecento all’anno da queste parti, queste sono noccioline all’ora dell’aperitivo.
Il vento ha spalancato la porta, guardo fuori, mentre lui continua ad ingurgitare alcool e il barista mi fissa con la domanda sospesa a metà fra la lingua e le labbra di quello che sta per obbligarti ad ordinare qualcosa altrimenti ti caccia.
Ordino un mate de coca. Mi siedo.
Il gruppo che mi accompagna, i compagneros di viaggio che sono partiti con me dall’Italia per capire questa terra, la sua gente, i suoi segreti ed il suo sangue, sono qui fuori, a pochi metri dall’ingresso della bettola, che guardano come in trance una manifestazione di minatori di una vicina cava di rame che chiedono al governo più soldi e meno rischi. Camminano in marcia. Uniti. Coesi. Fratelli nel sacrificio e nel rischio della morte che ogni giorno, lassù sulle montagne rosse che disegnano il profilo di un orizzonte, li sfiora e li travolge.
Dalla porta intravedo uno con il megafono che urla e tutti gli altri che in coro lo seguono. Passano marciando come soldati alla guerra dei diritti del lavoro che da queste parti devono essere davvero pochi e sfumano sotto gli occhi della gente di questa città, che seduta sui marciapiedi di tufo bianco si nasconde dietro i propri meravigliosi costumi neri, rossi, viola e di quasi tutto l’arcobaleno. I rintocchi della campana della cattedrale segnano le 9 e 30.
Qua dentro alla bettola il silenzio prosegue. Mentre bevo il mate il Gringo finalmente mi guarda.
Mi sento quasi lusingato.
Silenzio.
Ora si scioglie in un sorriso quasi beffardo che mi lascia intravedere i suoi denti del colore del gasolio e il bolo delle sue foglie di coca che lentamente macera dentro la sua guancia sinistra.
E tu perché vorresti trovare la Puya Raimondi?“. Mi chiede in spagnolo biascicato a bruciapelo.
La Puya é il nome scientifico che fu dato a questa meravigliosa pianta quando venne scoperta dall’italiano Antonio Raimondi nella seconda metà dell’Ottocento. Un meraviglioso arbusto che si alza fino a 10 metri ad oltre tremila metri di quota nelle sterpaglie andine del Perù e della Bolivia e che muore dopo essere fiorita, una sola volta nella sua vita, anche dopo 150 anni.
Vorrei vederla con i miei compagni perché è un simbolo, é un esempio di resistenza e di bellezza, di resilienza e di solitudine”.
Il Gringo mi ascolta e continua a bere. Fa una smorfia di ironia, sparisce in una nuova e più densa nuvola di fumo, sospira. Poi parla, finalmente.
La Titanca vive e cresce lontano da qui, difficile trovarla, ci sono luoghi troppo impervi da raggiungere quassù per voi. Occorrono giorni di cammino e scarpe diverse da quelle”. Mi ghiaccia puntando il dito contro le mie queshua polverose.
Arequipa scorre sotto i nostri respiri.
Lo guardo negli occhi nerissimi che si ritrova oltre il fumo e questa volta non indugio.
Vedi fratello noi siamo giunti fino qua per vedere di che colore è il vostro sangue. Per capire se ancora da qualche parte tra queste chiese e questi cristi in croce si nasconde il dolore che vi causarono i colonizzatori spagnoli quando arrivarono e vi travolsero, lasciandovi solo i simboli e i sassi di civiltà millenarie. Imponendovi il loro culto, il loro credo, le loro usanze, i loro simulacri, la loro lingua.
Ci siamo persi nella bruma di Lima, nell’odore acre e dolciastro della megalopoli di pizarro, abbiamo camminato per le sue strade in cerca della vostra radice, senza trovare una verità sola. Siamo arrivati fino ad arequipa in un aereo che tossiva dove il sole brucia i tetti delle case per capire il vostro sincretismo, la vostra capacità di aver unito agli dei incas e pre incas, il condor per il cielo, il puma per la terra e il serpente per le viscere del mondo, maria vergine, Gesù di Nazareth il rivoluzionario e i dogmi del Vangelo.

Ci siamo interrogati sotto i vostri vulcani, le vostre mummie misteriose, le vostre pietre millenarie, i vostri popoli mescolati e nascosti tra i sassi dei vulcani. Abbiamo scorto del dolore infondo agli occhi dei più anziani, ma abbiamo anche capito la pace che comunque adesso ha avvolto il vostro cuore ed abbiamo ammirato la vostra fiera forza. Quella che via ha permesso di unire nei secoli la tradizione all’imposizione. La credenza alla violenza. La resilienza alla prepotenza, all’arroganza dell’uomo bianco.

Un tempo gli europei arrivarono qui con spade e cavalli, vi travolsero con le corazze e le alabarde. Sputarono sul vostro sangue, calpestarono l’El Dorado, portarono via ogni vere ere di ricchezza e vi lasciarono dolore e ricordi. Oggi lo fanno con le fabbriche di bibite analcoliche gassose, con lo sfruttamento dei vostri minerali e chissà con cos’altro ma questa è un’altra storia.

È per questo che siamo arrivati fino qua, io ed i miei compagni di viaggio. Per capire il vostro grande cuore che porta ancora i segni di tutto questo. 

Più dei palazzi, dei muri, dei monumenti e delle chiese.
È per questo che vogliamo trovare e vedere la Titanca. Perché quel fiore rappresenta la vostra fierezza, il vostro esempio, il vostro sangue che resiste allo straniero e che comunque sempre fiorisce, prima di morire
“.
Il gringo ora si fa serio.
Il vento di arequipa si fa più forte, il barista spegne la nenia di una radio che passa lingue misteriose.
I vulcani che girano intorno a questa terra incantata forse hanno deciso di parlare tramite le labbra di questo Queshua pensieroso che ora mi fa quasi tenerezza.
Mi perdo in un sorso di mate de coca.
In un attimo si fa sera alle nove del mattino. La croce del sud si staglia in un cielo plumbeo mai vostro prima.
Va bene amico, ti indicherò la strada, che è quella della montagna sacra della saggezza e che corre verso Cuzco“.
Si asciuga la bocca, scende dallo sgabello, il suo fiato impregnato di alcool mi punge la bocca dello stomaco.
Fa tre passi esce per strada e punta il dito verso terre lontane.
La Titanca fiorisce laggiù, oltre il Misti, verso Puno e Cuzco. È per di lá, verso quella strada di montagna che dovete andare“.
Con le spalle ad Arequipa ora un vecchio bus tossisce e stenta in salita.
La luce che avvolge dall’alto panorami mozzafiato ci toglie il respiro. Lo avvertiamo.
La Titanca sta già fiorendo dentro di noi.

To be continued…

Filippo Boni

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